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Adesso gli italiani rischiano un canone più caro di 30.000 lire ROMA - Bruxelles, di solito dalla parte dei consumatori, chiede di aumentare il canone del telefono. L'Authority replica con un certo imbarazzo che tutto va bene però, se così non dovesse essere, si provvederà entro il 2002. Telecom ufficialmente tace ma sotto sotto se la ride perché vede confermata dall'Unione europea la propria tesi: in Italia ci sono prezzi troppo bassi per le chiamate urbane e, soprattutto, per il canone. Ce ne è abbastanza per doversi preoccupare, visto che in gioco ci sono 4.000 miliardi l'anno, con gli utenti che rischiano di pagare un canone bimestrale di 30.000 lire più caro: 73.200 lire contro le 43.200 lire attuali. La vicenda è complessa e merita una spiegazione. Le regole Ue stabilivano l'apertura della telefonia alla concorrenza il primo gennaio 1998 e la fine delle tariffe sottocosto entro il 31 dicembre 1999. Telecom Italia sosteneva di praticare tariffe sottocosto per le urbane, delle quali chiedeva un forte aumento in cambio di sconti sulle interurbane. Tecnicamente questa manovra si chiamava ribilanciamento. L'Authority di Enzo Cheli nella primavera del '99 fece studiare alla Kpmg i conti 1997 di Telecom e scoprì che sulle urbane Telecom non perdeva affatto, mentre la voce in rosso era il canone, per 4.000 miliardi l'anno. L'Authority però consentì solo un limitato aumento del canone, che il primo novembre scorso è passato da 39.120 a 43.200 lire al bimestre e fissò minimi aumenti (l'1% annuo, più l'inflazione) per il triennio successivo, sostenendo che il ribilanciamento era concluso. Telecom non c'è stata e ha fatto pressione su Bruxelles, che come si è visto ha aperto la procedura di infrazione. L'Authority, che di fatto si è mossa nell' interesse degli utenti, adesso è in difficoltà. Da una parte deve spiegare come mai solo a 2000 inoltrato si è messa ad analizzare i bilanci 1998 di Telecom con due nuove analisi, una della Kpmg e una parallela della Vjk- Nera. Dall'altra deve giustificare l'intenzione di procedere al ribilanciamento "nell'arco del triennio 2000-2002" e non entro il 31 dicembre 1999 come prevedeva Bruxelles. In gioco non c'è solo il canone, che pure non è poca cosa, ma tutto il processo di liberalizzazione. Telecom infatti sostiene, con qualche ragione, che se non si risolve il problema del ribilanciamento non si può aprire alla concorrenza la rete locale. O, meglio, si può anche aprirla, ma a patto che i nuovi operatori telefonici si accollino i costi generali di Telecom. Ciò vorrebbe dire - tradotto in soldoni - che il cliente dovrebbe scegliere fra restare con Telecom e pagare 43.200 lire al bimestre di canone o passare a un concorrente e pagare un canone del 70% più alto, appunto di 73.200 lire. Cheli, che ha un mese di tempo per convincere Bruxelles delle proprie ragioni, sostiene che "l'accertamento sul deficit dell'accesso attualmente in corso non possa né impedire né ritardare la liberalizzazione dell'ultimo miglio, cioè della rete locale di Telecom Italia". Tuttavia il commissario europeo Mario Monti è convinto del contrario e ciò costringerà, forse, l'Authority a stringere i tempi e a dare una risposta sul ribilanciamento, dati alla mano, entro l'estate. In modo da rispettare la promessa fatta agli italiani: a ottobre potranno scegliere a quale operatore telefonico abbonarsi. Marco Esposito (La Repubblica) |