Urbane, sulla
concorrenza l'Authority rinvia ancora
ROMA (m.e.) - L'Authority comunicazioni aggiunge un
altro rinvio al proprio palmares. Ieri doveva approvare l'apertura alla concorrenza della
rete telefonica locale ma ancora una volta c'è stata una fumata nera. O almeno così
sembra, visto che, a dispetto del suo nome, l'Authority ha deciso di non comunicare
alcunché, lasciando ancora una volta spazio alle indiscrezioni. Al contrario dell'Oftel
britannica, che ha messo su Internet i testi integrali delle sue scelte sul local loop il
giorno in cui ha approvato il provvedimento, l'Authority delle comunicazioni si è chiusa
nel bunker di Napoli in una sorta di mutismo.
Mentre le regole vanno scritte, la partita è in corso, perché Infostrada oggi annuncerà
il servizio di telefonia urbana, oltre che nuovi sconti sulle interurbane. Wind, Tiscali,
Albacom più numerosi operatori locali non aspettano altro che il via libera ufficiale per
installare le proprie apparecchiature sulla rete Telecom e proporsi agli italiani come
operatori telefonici alternativi in tutti i servizi.
Ma Enzo Cheli e gli otto commissari continuano da mesi a limare provvedimenti, annunciando
novità che, in assenza di informazioni ufficiali, sembrano non concretizzarsi mai. Ieri
per tutta la giornata si è discusso dell'apertura della rete locale di Telecom ai
concorrenti, la premessa perché i concorrenti possano fornire il servizio delle urbane,
ma anche la trasmissione dati con il turbo-Internet e la tecnologia Adsl.
Sempre ieri l'Antitrust ha esaminato il provvedimento di Cheli sul fisso-mobile e questa
mattina invierà il suo verdetto a Napoli, sede dell'Authority comunicazioni. Secondo
informazioni anche in questo caso non ufficiali, il giudizio di Giuseppe Tesauro è
sostanzialmente positivo, però con delle obiezioni nelle procedure che potrebbero aprire
il fianco a una revisione del provvedimento, l'obiettivo esplicito di Telecom Italia. Ma
di questo si saprà di più questa sera, se Cheli capirà che l'Authority comunicazioni
non può tacere in eterno. A meno che non cambi nome.
(La Repubblica)
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