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«Ultimo miglio», i tempi si allungano ancora ROMATempi lunghi e molti intralci per il crollo definitivo del monopolio di Telecom Italia, quello sul "ultimo miglio", ovvero sulla parte finale della rete dei telefoni fissi verso l’abbonato. Il listino sull’unbundling presentato da Telecom la scorsa settimana (si veda «Il Sole-24 Ore» del 14 maggio) è all’esame dell’Authority per le comunicazioni. Che prende tempo: una prima diagnosi della proposta formulata dall’ex monopolista potrà essere effettuata solo a luglio. Si presentano infatti difficili, e assai controverse, le verifiche contabili sui dati forniti da Telecom per argomentare la pretesa di un prezzo di affitto delle linee finali agli altri operatori superiore a quanto chiesto attualmente agli utenti finali. Questo per recuperare — chiede la Telecom — il pesante "deficit di accesso" (oltre 4.100 miliardi su base annua) lamentato per questa parte del servizio telefonico.Per verificare i conteggi della Telecom l’organismo presieduto da Enzo Cheli ha formalizzato ieri un nuovo incarico al consulente Kpmg. «Si tratta di una verifica sulla contabilità regolatoria al 1998, che si concluderà entro giugno» precisa il commissario dell’Authority, Paola Manacorda. Con Telecom «abbiamo posizioni diverse sull’ammontare del deficit, che dipendono — spiega Manacorda — da quale è l’aggregato di riferimento: non c’è una diversa lettura dei numeri ma una diversa lettura di come e dove si calcola, e una diversa valutazione su quale deve essere il periodo di riferimento».Ricevuta la nuova valutazione della Kpmg, l’Authority affiderà l’intero incartamento ad un apposito comitato tecnico interno, che dovrà fornire le valutazioni utili al varo formale, che spetta alla stessa Authority, del documento con i prezzi e le modalità tecnico operative dell’operazione.Il Governo cerca intanto di stringere i tempi della gara per le cinque licenze dell’Umts, il telefonino multimediale che dovrebbe cominciare ad operare dal gennaio 2002. Ma anche su questo versante gli intralci non mancano. L’advisor Crediop si metterà al lavoro solo nei prossimi giorni, fa sapere il ministro delle Comunicazioni, Salvatore Cardinale. Che ieri ha nuovamente animato il dibattito sull’impiego dei proventi (per un totale di oltre 25mila miliardi) che lo Stato si attende dalla vendita delle licenze da assegnare entro l’autunno.È «giusto e sensato» usare i proventi delle licenze Umts per la riduzione del debito pubblico, ma «è molto più importante utilizzarne almeno una parte anche per finalità sociali, come la salute» ed in particolare per la lotta alla droga, ha affermato il ministro presentando un’iniziativa contro le tossicodipendenze. Cardinale contesta vivacemente, a questo proposito, la proposta di legge di iniziativa popolare preannunciata da Bossi e Berlusconi per vincolare i proventi delle licenze Umts all’abbattimento dello stock del debito. La proposta doveva essere depositata ieri in Cassazione ma i promotori hanno deciso di rinviare l’appuntamento «alle prossime settimane», fa sapere la Lega Nord.«Non vorrei che quello di Bossi e Berlusconi — avverte Cardinale — fosse un tentativo di impedire il flusso di risorse verso il Centro e il Sud del Paese per incentivare lo sviluppo e l’occupazione». Contribuire con il mega-introito atteso dall’Umts ad abbattere il debito pubblico? «Giusto e sensato, ma il Paese si deve interrogare — incalza Cardinale — anche sui rimedi che possono essere approntati attraverso una congrua disponibilità finanziaria, che pure ci sarebbe, per garantire la salute dei cittadini». Al posto di una gara al rialzo sul prezzo delle licenze «metterei una royalty pari al 3% del fatturato degli operatori Umts per i prossimi 15 anni» propone intanto Carlo De Benedetti, presidente della Cir, che partecipa al consorzio per l’Umts "Andala". Questa impostazione «non farebbe gravare sulle imprese costosi oneri iniziali che finirebbero poi per ricadere sui cittadini attraverso i costi del servizio, e al tempo stesso renderebbe molto di più allo Stato» spiega De Benedetti, che auspica «condizioni asimmetriche» a favore dei nuovi operatori e punzecchia il figlio Marco, amministratore delegato della Tim. «Quando parliamo della cosa, mi dice che questa nuova tecnologia più tardi arriva meglio è. Ma questo non è nell’interesse del Paese». F.Re. (Il Sole 24 ore) |