Su Telecom gli occhi dei big europei

ROMA - Deutsche Telekom e British Telecom sono pronte, secondo il «Wall Street Journal» che cita come fonti anonimi banchieri d’affari, a rilevare Telecom Italia. Non solo. Il quotidiano americano riferisce anche che per alcuni dei soci di Roberto Colaninno è solo una questione di prezzo: se qualcuno si presentasse con valutazioni in linea con quelle che sono state utilizzate nelle più recenti acquisizioni internazionali del settore, incontrerebbe scarsa resistenza.

I predatori sono dunque alle porte? La settimana scorsa anche il «Financial Times» ha ventilato la possibilità, qualora il piano di Colaninno per portare Tim sotto Tecnost fallisca, che il gruppo finisca tra le grinfie dei predatori. I due giornali finanziari, sempre attenti agli umori degli investitori istituzionali che in questo periodo sono nettamente ostili a Colaninno, partono da alcuni fatti oggettivi: Telecom è scalabile, costa relativamente poco e la protezione politica di cui hanno fin qui goduto gli attuali soci sta venendo meno.

Olivetti, che possiede Telecom attraverso Tecnost, è controllata da Colaninno e dai suoi soci con una quota che arriverà al 20% dopo il recente aumento di capitale di Bell, la finanziaria nella quale è concentrata la loro partecipazione; a questo 20% dovrebbe unirsi un 10% in portafoglio a banche e assicurazioni del «club» Mediobanca. In totale fa il 30% che non è vincolato da alcun patto di sindacato. Tuttavia, per conquistare il controllo di Telecom, occorre un’Opa a cascata: la legge italiana impone cioè agli eventuali scalatori di comprare tutta Olivetti e le minoranze di Tecnost e Telecom.

Nonostante l’Opa a cascata Telecom, il cui controllo oggi costerebbe 30,4 miliardi di euro (più i debiti di Tecnost), è a buon mercato. Ne è convinto anche Colaninno, che ha comprato il 3% di Tecnost e altrettanto di Telecom approfittando degli attuali corsi delle azioni che penalizzano la società italiana rispetto a tutti i concorrenti internazionali. La scorsa settimana la tedesca Mannesmann ha acquisito l’inglese Orange, che è più piccola e meno profittevole di Telecom, per una somma di poco inferiore. Nel progetto di merger of equals, elaborato da Ron Sommer, numero uno di DT, e da Franco Bernabè, allora amministratore delegato di Telecom, per contrastare l’Opa Olivetti, la società italiana veniva valutata 12,03 euro per azione quando Dt quotava 36,08. Adesso DT quota 44,95: rivalutando Telecom di altrettanto, l’azione ordinaria varrebbe 15 euro.

Il feeling tra il Governo e Colaninno si è indebolito. Dopo la presentazione del piano di riassetto e l’annuncio dei concambi tra le azioni Telecom e le azioni Tecnost il ministro del Tesoro Giuliano Amato non ha nascosto la sua diffidenza. Il Governo potrebbe opporsi a una scalata di Dt perché la direttiva sulla golden share prevede che si possa esercitare anche contro società europee se, come Dt, sono controllate dallo Stato. Ma a Bt sarebbe difficile sbarrare la strada, se non con una convincente moral suasion.

In serata è arrivata la replica di Colaninno al «Wall Street Journal» che nell’articolo riportava anche una serie di incongruenze tra quanto promesso nel corso dell’Opa e quanto deciso nei primi mesi di gestione. «Il rilancio di Telecom — scrive Colaninno — sarà lavoro di qualche anno piuttosto che di poche settimane o di pochi mesi».

O.C.

(IL Sole 24 ore)