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Il cielo sopra il telefonino Settantacinquemila miliardi e passa di lire per la concessione d'uso di 145 mhz di spazio radioelettrico per 20 anni: questo hanno pagato i cinque vincitori dell'asta britannica che ha assegnato altrettante nuove licenze per l'Umts, i telefonini di terza generazione per i servizi a banda larga. Fatti i calcoli della massaia, 500 miliardi a mhz, 25 miliardi a mhz l'anno per 20 anni. Vista la bagarre che si è innescata, non solo in Italia, ma anche in Francia, Germania e perfino a Bruxelles, cui si è rivolta la Deutsche Telekom, sembra che la "new economy" abbia trovato il suo oro nero. E' davvero così? In parte sì e in parte no. Ma prima di rispondere a questa domanda è bene provare a capire di che cosa si sta parlando. Insomma, che roba sono queste frequenze? Risposta apparentemente facile: sono il luogo fisico in cui passano i servizi radio, dalla radiofonia vera e propria alla tv, satellitare e no, i telefonini, i radar militari e civili. Non è così semplice: il nuovo Piano di Ripartizione delle Frequenze pubblicato a fine febbraio scorso dall'Authority per le tlc (e da non confondere con quello di Assegnazione, sui cui i governi glissano e i partiti litigano da oltre 20 anni, e non hanno ancora finito) occupa una trentina di cartelle solo per assegnare le frequenze necessarie ad ogni servizio. Lo spazio radioelettrico, messo su carta, è una cosa enorme e più intricata di una jungla. Per avere un'idea dell'estensione fisica utilizzata dagli attuali servizi, basta pensare che misura, più o meno, e con buona pace dell'esattezza ingegneristica, intorno ai 25.000 mhz. In basso, sulla banda dell' 1,5 mhz, viaggia la radiofonia ad onde medie. All'altro estremo, la frequenza dei 25.000 mhz, è assegnata nientemeno che al "segnale orario": sembrerà anche stupido, ma poi non andatevi a comprare gli orologi che si aggiornano automaticamente via satellite; e comunque ci sono sistemi informatizzati complessi che hanno bisogno di utilizzarlo. In mezzo si può trovare di tutto: dalle frequenze assegnate ai giocattoli radiocomandati ai sistemi di atterraggio strumentale e navigazione automatica degli aerei; dalle reti di radiocontrollo di elettrodotti e metanodotti dell'Enel e della Snam fino alla rete radiomobile delle Fs; e ancora le frequenze dei servizi di emergenza, polizia, carabinieri, pompieri, ambulanze, alle radio dei taxi e dei radioamatori; dai teledrin e i cercapersone fino ai più raffinati sistemi di ricerca scientifica degli astronomi e dei geologi che si servono delle rilevazioni satellitari. Senza dimenticare i radiomicrofoni delle microspie (anch'essi con una frequenza ben precisa assegnata, attorno ai 40 mhz), i servizi radio dei pony express e delle guardie giurate e i sistemi di navigazione e soccorso marittimi. L'elenco, oltre che disordinato, è anche lacunoso. E soprattutto va detto che tutti questi servizi "civili" utilizzano più o meno una metà dello spazio radiolettrico: il resto è in capo al ministero della Difesa. Ma i paradossi non sono finiti. L' insieme dei servizi che viaggiano per l'etere sembra un universo sconfinato? Bene, gli ingegneri assicurano che tutta questa "roba" potrebbe essere fatta passare attraverso una singola fibra ottica: un filo che, a vederlo, è così banalmente piccolo che per fare lo stesso volume del cavo elettrico di un ferro da stiro ce ne vorrebbero almeno sei o sette. In sostanza, l'etere non è infinito, le frequenze radioelettriche stanno diventando un bene sempre più appetibile e i prezzi di utilizzo lievitano. Certo è però che oltre un dato livello il luogo comune per cui costa molto meno piantare un'antenna che scavare un condotto e posare cavi ottici potrebbe venire smentito, tirandosi dietro tutte le proiezioni di mercato sui reciproci rapporti tra "e-commerce" e "m-commerce", tra le applicazioni Internet via rete fissa o via rete mobile. Tutta la polemica sull'Umts gira attorno ad una banda che occupa appena 125 mhz da assegnare ai cinque nuovi operatori, più altri 20 mhz che non sono sufficienti per un sesto operatore dalle potenzialità molto limitate (come si è invece scelto di fare in Germania) e che verranno tenuti di riserva, da assegnare in un secondo momento in base alle maggiori esigenze di traffico che verranno effettivamente rilevate. La banda è insomma costituita da questi 145 mhz, gli stessi in tutto il mondo, così come stabilito dall'Itu, l'International Communication Union, l'Onu delle telecomuncazioni. La grandezza è comparabile con quella di altri servizi. I tre operatori dei telefonini Gsm, Tim, Omnitel e Wind, si dividono una banda di 70 mhz, in cui devono lasciare ancora spazio perfino al vecchio servizio analogico Tacs, rimasto monopolio della Tim. I telefonini a 1800 mhz, i Dcs, hanno 90 mhz da dividere tra i tre operatori di Gsm più la Blu di Autostrade. La tv utilizza una banda di trasmissione di oltre 400 mhz in cui passano le 11 reti nazionali e qualcosa come 700 tv locali, più una serie di altre frequenze assegnate ai ponti radio che trasportano il segnale da un ripetitore di zona all'altro. Se si applicasse il prezzo di riferimento uscito fuori dall'asta britannica, di 25 miliardi di lire l'anno per ogni mhz assegnato, il sistema televisivo nel suo complesso dovrebbe versare nelle casse pubbliche qualcosa come 10 mila miliardi di lire l'anno, più del fatturato di Rai e Mediaset messe assieme. La cifra è evidentemente insostenibile, e soprattutto inconfrontabile rispetto ai costi di concessione sostenuti oggi dalle emittenti televisive e, più in generale, da tutti i servizi commerciali che utilizzano le radiofrequenze. Il panorama è dei più vari: ci sono canoni, tasse di ingresso sulle licenze e addirittura nulla. E le varie possibilità sono miscelate in modo quasi casuale in ogni settore. Nei telefoni, per esempio, il caos è notevole. Telecom non ha mai pagato nulla per l'assegnazione delle licenze radiomobili a Tim né per il Tacs né per il Gsm a 900 mhz. Omnitel versò una specie di tassa di ingresso di 750 miliardi nel 1995, poi il ministero delle Poste riconobbe lo svantaggio competitivo nei confronti dell'ex monopolista e rimborsò la somma "in natura": garantendo la concessione del roaming sulla rete Tim, garantendo senza gara le frequenze sui nuovi telefonini a 1800 mhz e con un residuo finale di una cinquantina di miliardi cash. Wind per il Gsm non ha pagato nulla. Sulle frequenze a 1800 mhz, a parte la quota sui 750 miliardi di Omnitel, i quattro gestori - a questo punto si aggiunge anche Blu - si dividono, con maggior carico per i due gestori "vecchi", la spesa dei 480 miliardi che devono essere versati al ministero della Difesa come costi sostenuti dall'amminsitrazione per spostare alcuni suoi servizi che occupavano quella banda su altre frequenze (la cosa è ancora in corso, ma i governi e il ministero sapevano da almeno 5 anni di dover liberare quella parte di etere). A tutto questo si aggiunge poi un canone annuo, uguale per tutti, e costituito da una quota sul fatturato. Negli anni scorsi era del 3,5%; a partire da quest'anno scenderà di mezzo punto, al 3% e poi ancora al 2,5% nel 2001. L'orientamento del governo era fino a poco tempo fa di portarlo ad un livello ancora più basso, ma ora la guerra sull'Umts rischia di rimettere tutto in discussione. Meglio è andata finora al settore della telefonia satellitare. Qui il governo, il ministero e l'Authority si sono fatti trovare a tal punto impreparati che non è ancora stato fissato alcun tipo di onere finanziario. L'unico punto di riferimento per il settore è il canone pagato a tutt'oggi per le frequenze utilizzate dai satelliti dei servizi Inmarsat e Italsat: 20 milioni di lire l'anno. E infine le tv. Nell'autunno scorso, al momento dell'aprovazione della finanziaria 2000, Mediaset trovò il modo di esprimere tutto il suo dissenso per le misure che riformavano il canone annuo che le emittenti tv devono versare alle casse pubbliche: dal loro punto di vista la cosa non era certo incomprensibile, visto che la cifra è stata aumentata di quasi 30 volte. Il fatto è che con la vecchia normativa una emittente nazionale doveva versare allo Stato 26 milioni e 600 mila lire per ogni bacino regionale coperto. Per le venti regini italiane fa 530 milioni; per tre emittenti, qualche lira più di un miliardo e mezzo. Questo è rimasto valido fino a tutto il 1999. Dal 2000 il canone è stato fissato in proporzione al fatturato, come nei telefoni, ma con una quota dell'1%: per Mediaset, che dovrebbe aver chiuso il bilancio '99 a quota 3.900 miliardi di ricavi, si tratta di un esborso di 39 miliardi. Meglio è andata per le 700 tv locali che affollano l'etere italiano: per loro un contributo poco più che simbolico di 30 milioni di lire l'anno. Da quest'anno poi, il canone dell'1% sui ricavi verrà applicato anche alle 1200 emittenti radiofoniche italiane. Per il governo e l'Authority presieduta da Enzo Cheli il compito di mettere fine alla ridda di ipotesi e polemiche sulla gara Umts non si presenta facile, stretti come sono tra le esigenze di cassa dello Stato e il peso che la massimizzazione degli introiti sulle frequenze possono avere in termini di uno sviluppo più rallentato del settore. Certo è che se a prevalere fosse la voglia di incassare di più la vicenda potrebbe vedere l'immediata apertura di un sostanzioso fronte giudiziario: lo squilibrio dei trattamenti economici rispetto agli altri servizi via etere sarebbe un argomento di polemica troppo ghiotta perché i protagonisti possano pensare di rinunciarci. E questo, a sua volta, non farebbe altro che provocare l'ennesimo ritardo nell'altra gara di cui nessuno parla in questi giorni in Italia: quella per il cosiddetto "wireless local loop", il fatidico ultimo miglio di cavi Telecom, quelli che arrivano in ogni casa italiana e su cui nessun cablatore si sogna di portare la concorrenza. Il resto dell' Europa che conta, Francia, Germania e Regno Unito, hanno già indetto le gare, la spagna ha già assegnato le licenze. L'Italia è ancora indietro: tutti i concorrenti della Telecom sono in attesa, e non solo loro. Di operatori che aspettano il semaforo verde dell'Authority ce ne sono già almeno una quarantina. A quanto se ne sa oggi, la gara dovrebbe essere indetta a settembre prossimo. Ma se il nodo Umts non si scioglie, potrebbe venir rimandata chissà per quanto altro tempo ancora. (La Repubblica- Affari e Finanza) |