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Via al Risiko globale delle Tlc TELECOMUNICAZIONI, ovvero la Rivoluzione Permanente in versione 2000. Ancora pochi giorni fa tra gli operatori serpeggiava il dubbio che un intervento politico o un «cavaliere bianco» sarebbero intervenuti all'ultimo momento a bloccare la megafusione Vodafone-Mannesmann. E invece in settimana l'accordo è andato in porto con un effetto due volte dirompente: in Germania perché per la prima volta il sistema renano di partecipazioni incrociate, quello che ha sempre escluso i gruppi stranieri dalle posizioni societarie che contano, si è arreso all'invasione straniera cedendo un colosso locale a un gruppo anglo-americano; e nel resto d'Europa e del mondo perché le compagnie del telefonino si sono scoperte sotto pressione, nella necessità di crescere, magari cercando intese, per resistere al nuovo concorrente con 55 milioni di cellulari più una piattaforma Internet da 70 milioni di clienti grazie all'accordo con la francese Vivendi. Telecom Italia, in piena salute e con 18,5 milioni di clienti nel mobile (Tim) e sul punto di quotare la sua Tin.it, potrebbe permettersi di sedere e aspettare. Invece i «rumors» si rincorrono, il Corriere rilancia solitario le voci di trattative con Deutsche Telekom mentre altri puntano il dito su una British Telecom in cerca di una scossa, dopo il pauroso ribasso dei suoi titoli a Londra. Dal gruppo di Colaninno rifiutano di commentare ogni ipotesi di accordo in Germania o Gran Bretagna, eppure l'idea avrebbe una sua logica. IL PROBLEMA E LE SOLUZIONI. Quasi superfluo ribadire, se non in estrema sintesi, i dati del nuovo gruppo Vodafone con l'americana AirTuoch (che già aveva) e la new entry Mannesmann, pur se decurtata della britannica Orange per ragioni di Antitrust: i suoi 48 milioni di clienti mobili (che salgono a 55 con il contributo dell'alleata francese Vivendi) sono distribuiti fra Usa e buona parte d'Europa, Italia inclusa (Omnitel nel mobile più Infostrada nel fisso) e pesano per 56 mila miliardi di lire di fa tturato congiunto 1999. Come fanno i concorrenti a raggiungere la massa critica (che significa anche capacità di offerta) per starle alla pari? Mettendosi dal punto di vista di Deutsche Telekom, France Télécom o Telecom Italia e considerando ipotetiche annessioni, le società-preda grandi abbastanza da dare un contributo significativo in termini di volumi di traffico sono l'olandese Kpn e la spagnola Telefonica. Poi c'è il capitolo dei matrimoni fra veri e propri colossi. LE IPOTESI SU TELECOM. Si sa che Telecom Italia ha sfiorato le nozze con Deutsche Telekom al tempo di Bernabè, ma quella fu una mossa difensiva dell'ultima ora per resistere alla scalata di Colaninno e fra l'altro non trovò consensi nel mondo politico italiano. Da allora è passato solo un anno ma tante cose sono cambiate, incluso l'avvio della privatizzazione di Dt che la rende meglio accetta a Roma. Deutsche ha anche rotto con le alleate France e Enel nella Wind per cui in Italia ha le mani libere. Adesso si vocifera di una ripresa dei contatti con Telecom Italia, che è ben insediata nell'Europa del Sud e dell'Est (oltre che in Sud America) ma non in Germania. E nemmeno in Gran Bretagna, dove la British ha reso noto che la feroce competizione per acquisire clienti ha intaccato i suoi profitti, ha tagliato 3.000 posti di lavoro, ha visto crollare in settimana il valore dei titoli e a questo punto potrebbe essere pronta a decisioni drastiche anche sul piano societario (facendosi trovare fra l'altro appetibile dal punto di vista dell'eventuale scambio azionario). Ma da Telecom Italia non confermano né smentiscono contatti. LA STRATEGIA DI COLANINNO. Invece, il presidente e amministratore delegato Roberto Colaninno ha detto di recente (all'assemblea straordinaria di Torino, all'incontro con gli analisti di Venezia e in altre occasioni) che la strategia di crescita del suo gruppo punta allo sviluppo interno, ad altre annessioni di operatori di piccole e medie dimensioni e alla stesura di reti, nell'immediato futuro soprattutto nell'area mediterranea e mediorientale. E ha ribadito di essere entrato in Telecom Italia per restare, non per rivendere a prezzo maggiorato e andarsene: indizio anche questo (visto che ogni ipotesi di fusione con altri pesi massimi porrebbe il problema del controllo del nuovo gruppo) che in questa fase non si pensa a un mega-accordo. (La Stampa) |