Il piano Telecom alla svolta

ROMA - Due mesi di trattative tra polemiche, richieste di mediazioni politiche e scioperi: il prossimo è previsto per il 4 febbraio. Il dialogo tra Telecom e sindacati sul piano industriale non sembra aver ancora preso la piega giusta. Eppure al quartier generale della società guidata da Roberto Colaninno si mostrano fiduciosi. «Il sindacato — afferma Mario Rosso, il direttore delle risorse umane che guida la delegazione della società telefonica nelle trattative - si è modernizzato, è entrato nella logica di questi processi, vuole condividerli. Insomma abbiamo trovato interlocutori maturi». Tuttavia sugli ormai famosi 13.500 esuberi annunciati dal piano industriale, parte dei quali "indolori" grazie all’utilizzo di strumenti per l’uscita incentivata previsti dalla legge, l’accordo sembra ancora lontano. «Noi speriamo — continua Rosso — che il sindacato condivida un piano strategico in cui crediamo molto. Un piano che non è affatto difensivo, anzi punta dritto allo sviluppo: diventare un’impresa snella per Telecom significa poter crescere nell’attività caratteristica sulla quale stiamo per investire 30mila miliardi. Gli esuberi non sono il principale problema del gruppo». Nelle lunghe riunioni con i rappresentanti dei lavoratori il management di Telecom ha insistito su questo concetto: la riduzione degli organici non è tanto un modo per ridurre i costi di gestione, quanto il mezzo per far funzionare l’azienda. Il processo decisionale deve diventare più rapido perché l’ambiente in cui Telecom si trova a operare oggi è diverso da quello di ieri. «Il vero problema — osserva Rosso, che proviene dal gruppo Fiat — è il triplo processo di trasformazione che sta vivendo questa società: dal monopolio alla concorrenza, dal mercato nazionale a quello internazionale, dal pubblico al privato». Un triplo salto mortale che richiede agilità, soprattutto nelle strutture di staff: se quattro persone fanno il lavoro che normalmente è affidato a uno solo, il processo decisionale si complica e si rallenta, indipendentemente dalle qualità delle persone. Le dismissioni e il ricorso all’outsourcing sono per Telecom un modo per snellirsi e per crescere dove ha deciso di crescere: il suo core business. L’outsourcing in particolare riguarderebbe 2.300 persone sulle 126mila del gruppo. Saranno infatti scorporate alcune funzioni che non fanno parte del core business: la gestione del personale, quella degli immobili e quella dell’autoparco. È prevista la creazione di nuove società dedicate, anche con partner che hanno un adeguato know-how. Per l’autoparco sono già avviate trattative con la Fiat che punta molto sulla gestione delle flotte aziendali. Lo stesso modello potrebbe essere adottato per i trasporti e il magazzinaggio con la Tnt Traco. Quanto alle dismissioni, l’uscita dal manifatturiero (Italtel) e dall’impiantistica (Sirti) è in linea con le scelte di tutti i maggiori concorrenti. «Ma c’è anche — aggiunge Rosso — un problema di sopravvivenza e di sviluppo per quelle società: se restassero dentro il gruppo Telecom non avrebbero la possibilità di avere come clienti i nostri concorrenti». Il progetto di ristrutturazione organizzativa del gruppo presentato ai sindacati prende quindi forma. Al di là di eventuali aggiustamenti societari, è prevista la creazione, al vertice, di una struttura corporate di qualche centinaio di persone cui saranno delegate le funzioni tradizionali di staff: risorse umane, pianificazione strategica, comunicazione, rapporti istituzionali, finanza. Sotto questa struttura centrale ci sarebbero, in presa diretta, le varie linee di business: telefonia mobile, telefonia fissa, Internet, rete, informatica, multimediale. Le partecipazioni estere saranno probabilmente incluse nelle rispettive unità di business (mobile con mobile, Internet con Internet, ecc). Questo cambiamento richiederà interventi diffusi. La rete, per esempio, presenta le eccedenze di personale più numerose (oltre 6mila persone) che derivano da un’eccessiva capillarità dell’organizzazione territoriale. Saranno inoltre investiti 400 miliardi per formare e riconvertire 25mila persone, un quinto dei dipendenti. «Quella tra Telecom e i sindacati — conclude Rosso — è una trattativa particolare, per le dimensioni degli interventi e per l’effetto "simbolico" dell’accordo. L’azienda e i rappresentanti dei lavoratori sono in una fase di apprendimento reciproco perché questa intesa richiede una visione ampia, soluzioni nuove che diventino un punto di riferimento anche per il futuro». Orazio Carabini Fonte: Il Sole 24 Ore

(Il Sole 24 ore)