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La gara per i cellulari potrebbe fruttare 30mila miliardi ROMA Il Governo ora guidato da Giuliano Amato si metterà presto al lavoro per ripensare le regole per assegnare le cinque licenze per i telefonini Umts. Ancora non è sciolto il dilemma di fondo, cioè se ricorrere ad un’asta oppure ad una licitazione privata, ma intanto stanno emergendo in sede tecnica una serie di ipotesi sui criteri con cui concedere le licenze. Si sta pensando, per esempio, a condizioni diverse per i grandi gruppi già presenti sul mercato telefonico europeo, Tim, Omnitel, Wind e Telefonica, e per i "new comers" (Andala, Dix.it e Blu), in modo da evitare squilibri nella competizione e nell’assegnazione delle licenze (tre licenze potrebbero andare ai primi e due ai secondi). Anche il pagamento della licenza potrebbe seguire criteri diversi, per renderlo meno oneroso per i "new comers" lasciando loro maggiori risorse per investimenti. Il Governo deciderà cosa fare a breve termine. Un aspetto comunque è certo: Amato ha intenzione di incassare molto di più dei 5mila miliardi preventivati dal Governo D’Alema, anche se naturalmente non arriverà ai 70mila che sta per ottenere Tony Blair. Proprio la lievitazione dei rialzi in Inghilterra ha spinto una società, la Ntl (superata nella licenza da British Telecom con 4,03 miliardi di sterline contro i 3,97 di Ntl) a chiedere una sospensione. L’asta riprenderà giovedì: i candidati rimasti in lizza sono 6 per 5 licenze, quindi al prossimo ritiro l’asta si concluderà. In Italia, sempre secondo stime tecnico-politiche elaborate negli ambienti del Tesoro, la previsione è di incassare sui 30mila miliardi. Denaro fresco che sarà utilizzato in due modi: circa la metà dovrebbe andare al ripianamento del debito pubblico, il resto finanzierà un "fondo" pluriennale (3-5 anni) per diffondere la e-economy (si ricorre ad un fondo perché queste risorse in base alle regole Ue non possono essere considerate spesa corrente): 15mila miliardi utilizzati sia nel settore pubblico che per le imprese. Nel primo caso desinatarie sarebbero le università per nuovi corsi di laurea legati alla new economy; le scuole, nelle quali sarà diffusa la presenza dei computer. Il fondo potrebbe finanziare anche un programma di alfabetizzazione per gli insegnanti (solo 1 su 15 sa usare il computer). Per quanto riguarda il settore privato, verrebbero incentivate, con il meccanismo del cofinanziamento (per evitare sussidi a pioggia o formule che incapperebbero nelle censure Ue), le imprese che investano sulla "rete" e sulle tecnologie digitali: aziende industriali, di servizi, soggetti privati che aprano centri dove si può utilizzare il computer. Una linea di condotta, quella che Amato potrebbe portare dalle stanze del Tesoro a Palazzo Chigi, che piace ai sindacati. «La new economy è stata finora un fatto soprattutto finanziario. Ora deve estendersi in tutto il tessuto nazionale», dice Pierpaolo Baretta, Cisl: «Non si tratta di sussidi assistenziali, le aziende hanno bisogno di questo intervento statale per essere più competitive». La cifra da destinare al ripianamento del debito, secondo Baretta va discussa: «Bisogna inserirla nel quadro complessivo del risanamento e delle politiche di sviluppo». Della stessa opinione è Paolo Pirani, Uil. Che richiama il Governo a riformare la politica fiscale sulla telefonia mobile e insiste sugli interventi strutturali per diffondere la "rete" su tutto il territorio: «Rischiamo di vedere Milano supercablata e il Sud senza un metro di fibra ottica». D’altronde - aggiunge Pirani - già il precedente Governo stava lavorando sul credito agevolato per investimenti hi-tech. Nicoletta Picchio (Il Sole 24 ore) |