Colaninno si può scalare

Uno spiritello maligno deve aver suggerito a Roberto Colaninno la scelta delle Zitelle, EX OSPIZIO PER RAGAZZE POVERE alla Giudecca, quale teatro della sua riconciliazione con la comunità finanziaria giovedÌ 27 gennaio. Mentre l'Europa delle telecomunicazioni e dell'informazione è scossa dall'Opa ostile di Vodafone Air Touch contro Mannesmann e dal matrimonio internettiano della stessa Vodafone con la francese Vivendi (che in Italia vuol dire Tele+ e fuori Canal+ e il gruppo editoriale Havas), Telecom Italia fa sapere di voler andare avanti da sola. In realtà, la settimana prima dell'incontro veneziano, Colaninno aveva visto in segreto per la terza volta Ron Sommer, il suo collega della Deutsche Telekom che proprio in quei giorni stava mandando a monte Global One, l'unica sua vera alleanza internazionale, e che ora è deciso a trovare nuovi amici. A dicembre avevano discusso di cellulari, adesso tutto è top secret. Del resto, non si va ospiti delle Zitelle a parlare di matrimoni. Da uomo pratico che deve andar d'accordo con altri uomini pratici, il ragionier Colaninno ha preferito giocare in casa lanciando da questo angolo spartano di Venezia una Mitbestimmung di tipo nuovo: una forma di cogestione dove, al posto dei sindacati, vengono eletti al rango di partner i gestori dei fondi comuni di investimento internazionali. Il presidente di Telecom Italia ha imparato la lezione di settembre, quando cercò di imporre ai mercati una ristrutturazione societaria sgradita e si ritrovò i titoli della famiglia - da Olivetti a Tecnost, da Telecom a Tim - bersagliati da un'ondata di ribassi. «Non faremo più nulla contro il mercato», ha giurato. E tutti hanno creduto ai suoi buoni propositi e ai piani industriali che sono seguiti. Ma lo scottante problema di settembre - la difesa degli assetti azionari di Telecom Italia - rimane irrisolto. Come prima, anzi più di prima. Perché la legge Draghi, che regola le Offerte pubbliche d'acquisto, è davvero ricca di sorprendenti conseguenze. Realista come sempre, è stato lo stesso Colaninno a riconoscere, in margine all'incontro di Venezia, che Telecom rimane scalabile, perché scalabile è Olivetti che, attraverso Tecnost, la controlla. Ma per quali strade può passare l'eventuale aggressore in questo sistema di scatole cinesi? Finora, la principale guarentigia dell'italianità di Telecom è stata offerta da palazzo Chigi e dalla golden share del Tesoro. Con il governo di Massimo D'Alema così schierato e senza alcun precedente di scalate transnazionali in Europa, nessun gruppo straniero se l'è sentita di approfittare della debolezza del gigante italiano delle telecomunicazioni. Ma con l'assalto di Vodafone alla tedesca Mannesmann che dovrebbe aver termine lunedì 7 febbraio, salvo altre due settimane di tempi supplementari, le barriere nazionali cominciano a tremare. E con esse stanno per franare due miti della finanza del Vecchio continente: il primato del contante sulla carta (Vodafone offre proprie azioni in cambio di quelle tedesche) e la preferenza del sistema verso l'azionariato delle famiglie o dei noccioli duri di soci eccellenti rispetto al capitalismo senza volto dei fondi (Vodafone è una public company, i tedeschi hanno dietro le banche e le assicurazioni). Sulla spinta degli avvenimenti inter-nazionali, anche l'Italia è destinata a cambiare: difficilmente D'Alema potrà riuscire a resistere sullo stesso fronte dove il cancelliere Gerard Schröder (che aveva manifestato la sua ostilità all'invasione d'oltremanica) sta per alzare bandiera bianca. E senza poter più contare davvero sulla politica, Colaninno si ritroverà a fare i conti con i numeri. È questa una battaglia silenziosa alla quale il ragioniere di Mantova si era già preparato l'estate scorsa quando aveva elaborato l'idea di spostare il 60 per cento di Tim da Telecom Italia alla soprastante Tecnost. Ai valori di Borsa dell'epoca l'offerta sul 100 per cento di Olivetti e, in ottemperanza della legge Draghi, sulle minoranze di Tecnost e Telecom sarebbe costata 60-70 mila miliardi di lire. L'operazione Tim-Tecnost avrebbe aumentato le minoranze di Telecom da acquisire e, soprattutto, avrebbe costretto lo scalatore a estendere la sua offerta anche alle minoranze di Tim portando l'onere complessivo sopra i 100 mila miliardi. Una soglia che allora era ritenuta quasi sicura. Ma quel progetto di blindatura non passò, perché, come disse Colaninno, i fondi preferivano una Telecom contendibile. L'abbandono del piano Tecnost-Tim ha coinciso con una spettacolare ripresa delle quotazioni della scuderia Telecom, un po' perché i titoli erano scesi troppo e un po' perché Colaninno ha saputo dare al mercato la sensazione di un management finalmente impegnato a guadagnare e non a perseguire astuzie finanziarie: esemplare, in questo senso, la preparazione dello sbarco di Tin.it, il primo Internet provider italiano, in Borsa. Gli investitori bresciani, che avevano cominciato a scalpitare quando il titolo Olivetti era sceso sotto i 2 euro, hanno ripreso ad adorare Emilio Gnutti, il finanziere che prometteva le Olivetti a 3 euro per la fine dell'anno. Ma basta questa tambureggiante ripresa delle quotazioni a mettere al riparo un sistema Telecom che lascia tuttora aperta la porta di Olivetti? In altre parole, può D'Alema, garante dell'italianità di Telecom, sentirsi tranquillo? La risposta è negativa. Per due ragioni. La prima è che Telecom è cresciuta ma gli altri non sono certo cresciuti di meno. Oggi, il valore di mercato di Olivetti e delle minoranze di Tecnost e Telecom si aggira sui 120 mila miliardi di lire. Ma, come insegnano le grandi fusioni, adesso è possibile pagare con carta e non più solo con contante. E la carta dei concorrenti si è molto rivalutata. Nella scorsa primavera, Deutsche Telekom offriva una propria azione per tre azioni Telecom Italia. Allora il titolo tedesco viaggiava sui 39 euro e dunque quello italiano risultava valorizzato a 13 euro. Vennero preferiti gli 11,5 euro in contanti o quasi di Colaninno. Sarà ancora così? Alle quotazioni del 31 gennaio 2000, la vecchia offerta che Ron Sommer aveva rivolto all'allora capo di Telecom, Franco Bernabè, innalzerebbe il valore dell'azione ordinaria di Telecom Italia a 23 euro, 6,5 euro più dei corsi attuali. La seconda ragione per la quale il sistema Olivetti-Telecom è oggi più scalabile di ieri va ricercata nella legge Draghi. E in particolare nei criteri di forma-zione del prezzo al quale vanno fatte le Opa obbligatorie. Questo prezzo, infatti, è la media tra il prezzo massimo, riservato al pacchetto di maggioranza, e la media ponderata delle quotazioni della società bersaglio negli ultimi 12 mesi. Nel vecchio contesto dei ribassi estivi, un simile meccanismo avrebbe favorito comunque il successo dell'Opa obbligatoria. Nel nuovo contesto di costante rialzo, il gioco delle medie rischia di determinare un valore dell'Opa obbligatoria inferiore alle quotazioni correnti. E così lo scalatore non si svena più. Compra, magari strapagandola, la maggioranza di Olivetti, o anche tutta la Olivetti se trova resistenza. E poi lancia l'Opa obbligatoria sul resto a prezzi inferiori alle quotazioni: il mercato non vende, e lui, felice come una Pasqua, non compra quelle azioni che in fondo non gli interessano. La legge Draghi, che doveva proteggere le minoranze, finisce con lo spianare la strada ai soliti pochi. Questa situazione regala uno straordinario vantaggio alla società lussemburghese Bell, che per conto di Colaninno, Gnutti e soci, controlla il 20 per cento di Olivetti e forse più. A settembre, con i prezzi bassi, Bell non avrebbe avuto ragione di vendere. Adesso, se ne avrà voglia, potrà lucrare un gran premio di maggioranza, in barba alla filosofia dell'Opa. Ed è forse per questa ragione che nei mesi scorsi i bresciani hanno respinto, dopo un sordo braccio di ferro, il patto di sindacato che l'amministratore delegato di Mediobanca, Vincenzo Maranghi, proponeva per bloccare gli assetti azionari di Olivetti.

(L'Espresso)