Umts:La Rai: «Tre anni per il trasferimento»

ROMA Le frequenze destinate ai telefoni cellulari Umts sono attualmente utilizzate dalla Rai per le trasmissioni di servizio. E le frequenze sulle quali dovrebbero trasferirsi, indicate dal nuovo Piano di ripartizione delle frequenze, sono occupate da Telecom Italia. «Ci vogliono tre anni per effettuare il trasferimento della nostra dorsale di collegamento» sottolinea Stefano Ciccotti, amministratore delegato di RaiWay, società a cui la Rai ha conferito impianti e rete di trasmissione. E quindi, «il primo gennaio del 2002 o l’Umts non avvierà il proprio servizio o si spegne la Rai. E i licenziatari dell’Umts dovranno effettuare una sperimentazione di almeno sei mesi prima di attivare il servizio. Da anni scriviamo invano a Ministero e Authority per avere accesso alle nuove frequenze». Secondo il sottosegretario alle Comunicazioni, Michele Lauria, la Rai fa «inutili allarmismi». E l’altro sottosegretario, Vincenzo Vita rivela: «La complessa vicenda è in via di soluzione: è previsto in settimana un incontro risolutivo al ministero con Rai e Telecom». RaiWay, 300 miliardi di fatturato, 2.270 siti e 765 dipendenti ereditati dalla Rai — che ha affidato alla Morgan Stanley l’incarico di trovare uno o più partner cui cedere fino al 49% della società: venti soggetti si sono dichiarati molto interessati — non aspetta passivamente l’avvio delle trasmissioni digitali per razionalizzare dell’etere e introdurre nuovi servizi. «In Piemonte — continua Ciccotti — abbiamo dimezzato le emissioni dei nostri impianti in attesa dell’entrata in funzione a giugno della nuova "torre" alta 140 metri. Le altre emittenti radiofoniche potrebbero usare l’attuale torre Rai riducendo l’inquinamento e lo scempio del Colle della Maddalena. Ma nessuno si muove. De-localizzare e accorpare i siti di trasmissione è l’unica ricetta contro l’inquinamento. In Italia ci sono 60-65mila siti radiotelevisivi: 5mila sarebbero più che sufficienti». La mancata autorizzazione a trasferire i propri canali di servizio nelle nuove frequenze, lasciando libere quelle per l’Umts, blocca investimenti per 80-90 miliardi, comprensivi dell’acquisto di nuovi ponti radio. «Sostituire tali canali con fibre ottiche a noleggio avrebbe costi maggiori — continua Ciccotti - senza alcuna valorizzazione patrimoniale e poche garanzie in caso di guasti. Il satellite, black out a parte, introduce un ritardo di trasmissione che rende impossibile una trasmissione in diretta tra diverse città». Sul digitale terrestre, «RaiWay sarebbe pronta — sottolinea Ciccotti — se fossero messe all’asta, ad acquistare frequenze relative a due o tre pacchetti di canali (multiplex) con una copertura pari al 40% della popolazione, separando il distributore del segnale dagli operatori che trasmetteranno in quei multiplex. L’investimento tecnico sarebbe di circa 200 miliardi». La Rai, intanto, già raggiunge con la radio digitale Dab, il 25% della popolazione, da Aosta a Rimini; dovrà arrivare al 40% a fine 2000 e al 60% nel 2001. «Ma è uno standard nato morto — commenta Ciccotti — perché i ricevitori sono troppo cari e non esistono quelli per le abitazioni. Ma rispetteremo quanto indicato dal nuovo contratto di servizio». La sperimentazione del Dvb-T, lo standard per il digitale terrestre, nel quale RaiWay, al contrario del Dab, crede molto, è in corso in Valle d’Aosta e a Torino, Roma e Palermo. Il 40% degli investimenti, infine, pari a circa 100 miliardi annui, sono dedicati alla radio Rai: «Abbiamo rafforzato il segnale in Lombardia ma le interferenze aumentano di anno in anno. Allora stringiamo accordo con le radio nazionali per scambiarci le frequenze, senza comprare nuovi impianti: siamo costretti a farlo solo per Isoradio, il servizio per le autostrade».

Marco Mele

(Il Sole 24 ore)