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Una Telecom più competitiva rafforzerà l’Italia ROMA — «Adesso Telecom Italia può davvero incominciare il suo grande cambiamento. In sei mesi abbiamo già fatto molte cose, da oggi possiamo mettere mano alla riorganizzazione delle risorse umane». Per il numero uno Roberto Colaninno l’accordo siglato ieri all’alba con i sindacati sui 13 mila esuberi è un successo a tutto tondo. Addirittura arriva a paragonarlo, come portata, alla stessa scalata con cui la sua Olivetti ha conquistato un anno fa il controllo del gruppo Telecom. Perché? Perché è convinto di aver spianato la strada che porta alla trasformazione di Telecom Italia da monopolista della telefonata a moderna società di servizi. Seguendo la logica che spiega in questa intervista. I 13mila esuberi vi servono a ottenere un bel taglio del costo del lavoro? «Sì, ma non solo. Per una parte di Telecom servono i tagli. Parlo della telefonia fissa per la voce, dove i ricavi non cresceranno e i prezzi caleranno. Lì è obbligatorio ottimizzare i costi. Ma c’è un’altra parte, quella che deve realizzare i nuovi servizi a valore aggiunto. Lì serve lo sviluppo e anche su questo abbiamo dialogato con il sindacato. E infatti abbiamo fatto uno dei pochi grandi accordi in Italia senza aspre lotte sindacali e senza costi per lo Stato». Le 5.300 persone in mobilità lunga veramente costeranno parecchio allo Stato. «La legge 223 utilizza un fondo finanziato dalle aziende. Se facciamo bene i conti alla fine Telecom avrà dato più di quanto ricevuto. Questo credo lo abbiano capito anche i sindacati, con i quali abbiamo discusso per sei mesi di questioni molto delicate con una dialettica aperta». Finora tutto il nuovo di Telecom è finito in altre società quotate: prima con Tim, adesso con l’operazione Seat-Tin.it. La capogruppo è destinata a restare un contenitore di pacchetti azionari? «Assolutamente no. Telecom rimarrà una grande società operativa articolata su tre divisioni di business: telefonia voce, datacom (cioè traffico dati) e call center». La prima è chiara, le altre due forse vanno spiegate. «Datacom significa utilizzare la nostra rete per offrire alle aziende italiane, grandi e piccole, non solo il trasporto dei dati ma anche servizi informatici avanzati. Per esempio forniremo applicazioni a distanza, cosa che ci consentirà di gestire per il cliente anche la manutenzione, l’aggiornamento del software e così via. Per questo mercato si dimostrerà giusta la nostra scelta di tenere una società di informatica come Finsiel: basta guardare quanto ha speso Deutsche Telekom per acquistare la Debis». E il business dei call center come sarà? «Avrà un grande sviluppo, e noi svilupperemo una business unit dedicata non solo ai clienti di Telecom Italia ma anche a dare il servizio ad altre aziende». Insomma, Telecom Italia non vuole restare a fare solo il carrier, come si dice, cioè il trasportatore sulla sua rete dei business di altri... «Al contrario. Proprio l’accordo sindacale fa scattare la trasformazione da gestore del traffico voce ad azienda nuova, che passerà da una rete per la voce utilizzabile anche per i dati a una rete dati adatta anche alla voce. Una differenza enorme, che ovviamente imporrà anche una gamma diversa di professionalità. Del resto già oggi noi, grazie a Seat-Tin.it e a Tim, che nel mobile svilupperà servizi con tecnologie Umts, siamo un player completo con tutta la gamma dei prodotti della comunicazione. Il nostro business si focalizzerà progressivamente su servizi e contenuti che viaggeranno sulle nostre reti». Rimane un fatto: da quando lei è al timone di Telecom Italia l’impressione prevalente è stata quella di una gestione più attenta alla finanza che all’industria. Si tratta di un’illusione ottica? «A parte che non si fa industria senza finanza, io non compro oggi per vendere domani a un prezzo più alto, piuttosto scommetto sui risultati delle mie capacità industriali. Se la Chase Manhattan mi ha prestato 25 miliardi di dollari per scalare Telecom non è solo perché io prima di altri ho avuto l’idea di lanciare un’offerta a 11 euro e mezzo per azione, ma anche perché hanno manifestato fiducia nella capacità di gestione industriale e di creazione di valore». Forse la vera curiosità è sapere se lei passa la maggior parte del suo tempo a occuparsi di faccende industriali o di problemi finanziari. «Io qui parlo soprattutto di costi e ricavi, e di sviluppo». Nel mondo politico e anche dentro il governo ogni tanto riaffiora qualche nostalgia del piano Socrate, cioè del famoso cablaggio che doveva portare la fibra ottica in ogni casa. Voi che piani avete? «La nostra idea è soddisfare il cliente al meglio. Siamo partiti con l’offerta della tecnologia Adsl, a cui seguirà quella Xdsl (sono le tecniche che consentono velocità di trasmissione molto alte sul normale doppino di rame, senza ricorrere alla fibra ottica, n.d.r.). Il nostro obiettivo è di creare sempre nuovo valore con servizi innovativi, per esempio offrire strumenti per accrescere la produttività, consentendo uno sviluppo dell’economia senza inflazione come avviene negli Stati Uniti. Anche in Italia possiamo fare qualcosa del genere». Intende dire che la vostra strategia non comprende lo scavo di buche nelle strade? «Le buche in sé non creano valore». Giorgio Meletti (Il Corriere della Sera) |