|
Cellulari, sulle frequenze è meglio un’asta competitiva Nel disinteresse quasi generale, e nel silenzio di molti iperliberisti in servizio permanente effettivo, il governo si sta occupando delle licenze dell'ultima generazione di telefonini, l'Umts. Una decisione importante è attesa a breve, crisi permettendo, sulle modalità di assegnazione delle 5 licenze previste. Con l'Umts si potranno fare tantissime cose, fra cui anche vedere film e fare pagamenti. Si tratta, chiaramente, di un «business» di grande rilievo economico, come si può facilmente desumere dalle capitalizzazioni di Borsa dei titoli delle telecomunicazioni. Lo ha già ricordato sul Corriere il 16 aprile Alessandro Penati, in un articolo nel quale si rileva la strana scelta fatta, fin qui, dal governo, quella di procedere col sistema della licitazione privata, anziché dell'asta competitiva. Salvo un ripensamento, che ora alcuni indizi fanno ritenere possibile, in sostanza il governo punterebbe a contrattare con gli aspiranti fornitori il livello del servizio che essi sono disposti a fornire, a fronte di un pagamento prefissato per assicurarsi la licenza. Il problema nasce, come sottolinea giustamente Penati, dal fatto che questo pagamento è una piccola frazione di quello che gli operatori, a volte gli stessi operatori, si sono mostrati disposti a sostenere nei Paesi, ad esempio la Gran Bretagna, che hanno scelto il metodo dell'asta competitiva. A fronte dei quasi 70 mila miliardi cui si è già giunti oltremanica, da noi si parla di 2.500-5 mila miliardi complessivi: eppure le condizioni del mercato italiano non sono certo meno interessanti per i produttori di quello inglese. Cosa può giustificare una differenza simile? Una scelta così apparentemente non conveniente avrebbe bisogno, infatti, di robusti sostegni logici, che in verità non si vedono, dato che non possono certo essere considerate tali le argomentazioni nazional-populistiche di chi, come il ministro delle Comunicazioni, parla della necessità di tener fuori i grandi operatori stranieri indesiderati. E' probabile che esistano altre motivazioni, più comprensibili, di una scelta simile; per esempio il desiderio di assicurare livelli di servizio accettabili, a fronte di costi non così elevati come quelli che deriverebbero dal pagamento di altissime fees di ingresso. L'analisi economica ha già ampiamente dissodato questi terreni, e le sue categorie dovrebbero essere utilizzate in questa discussione: così non mancano evidenze del fatto che le minori fees di entrata finiscono più spesso per gonfiare i profitti e i valori di Borsa, che per tradursi in minori prezzi del servizio. Al contempo, bisognerebbe essere sicuri che non si tratti più che altro di incentivare a spese del bilancio pubblico il consumo nazionale di chiacchiere wireless, che già ci vede ai primi posti in Europa. Si vedano, al riguardo, le impeccabili argomentazioni economiche in favore del- l'asta, svolte ieri sul Sole 24 Ore da Prat e Valletti. Quel che non sembra comprensibile è che una scelta così importante passi sotto silenzio o quasi. Dopotutto, 60 mila miliardi di differenza sono un bel pacco di soldi, l'equivalente di una «supermanovra» di quelle che usavano ai tempi in cui ci stavamo ancora riprendendo dai sogni delle navi che andavano e della Milano da bere. Per restare ai nostri pressanti problemi odierni (sempre figli della mai abbastanza rimpianta spensieratezza di ieri), questo provento straordinario cui rinunceremmo nella speranza di un servizio migliore e a prezzi più contenuti equivarrebbe a circa il 3% del Pil. Ciò implica che la scelta del governo avrà conseguenze di grande rilievo anche sul nostro futuro in termini di tasso di sviluppo accettabile, tasso che è oggi compresso dall'enorme peso del debito pregresso che ci portiamo nello zaino. Se questo potesse essere alleggerito di qualche bel chilo, fuor di metafora dal 115% al 112% del Pil, le nostre prospettive cambierebbero parecchio. Si avvicinerebbe sensibilmente la discesa sotto il traguardo «magico» del 100% del Pil, raggiunto il quale la strada diverrebbe in discesa; oppure potremmo stanziare cifre di grande rilievo per migliorare la più importante delle infrastrutture pubbliche: quella Pubblica amministrazione la cui arretratezza perdurante è una delle palle al piede del Paese, e che pure è riformabile, come dimostrano i progressi fatti dal ministero delle Finanze (che in quest'opera si è potuto avvalere di uno strumento di diritto privato, la Sogei). Non si vuole negare che possano esistere argomentazioni diverse e qui non considerate anche per mancanza di spazio. Non si possono però dimenticare i timori di chi ha visto troppe volte in passato l'interesse dei singoli prevalere su quello della collettività, cosicché, come diceva uno che la sapeva lunga, i frati sono ricchi ma il convento è povero. Il rischio è che col sistema della licitazione privata la Repubblica Italiana rinunci a proventi di cui ha enorme bisogno, senza neanche conseguire vantaggi sotto forma di minori costi di utilizzo del sistema Umts per gli utenti; con il che, il beneficio in termini di riduzione del debito pubblico, cui tutti pro-quota rinunceremmo, finirebbe dritto nella capitalizzazione borsistica degli assegnatari delle licenze. SALVATORE BRAGANTINI (Il Corriere della sera) |