E a sorpresa il vip trovò il telefonino muto Black-out di sole due ore, poi le scuse sul display Brunella Giovara

MILANO «Aiuto, il mio telefonino è morto!». «A chi lo dici, anche il mio è andato». E via così, in un tam tam di voci allarmate, in un crescendo di psicosi telematica che è rimbalzato in tutta Italia: «Non funzionano più i telefonini Gsm, siamo isolati!». Per un milione - forse più - clienti Tim, la mattinata di ieri è cominciata così: in uno scenario da day after tecnologico, dove lo strumento di lavoro per eccellenza (assieme al computer) era inspiegabilmente utilizzabile solo a metà: possibilità di ricevere le chiamate, ma non di farne. Tutta colpa di un collasso della rete, spiegherà più tardi la società. Un problema tecnico scattato dopo le 9, che ha fatto saltare i nervi e gettato nello sconforto chi - per oltre due ore - ha inutilmente tentato di chiamare qualcuno: un collega, il capufficio, il centralino, la mamma, purché qualcuno rispondesse. Tutto inutile, tutti costretti a ripiegare sul vecchio apparecchio fisso. Quello sì, perfettamente funzionante. Un ritorno al passato, alle cabine fuorimoda che pochi usano ancora, e ai pochi telefoni pubblici rimasti nelle nostre città, accuratamente nascosti nel retro di bar e ristoranti. In coda negli autogrill, in fila alla stazione, con una domanda fissa in testa: «sarà colpa del mio cellulare? O della rete? O del sovraccarico?». I più scafati hanno ripassato tutte le funzioni del loro menu cellulare, alla ricerca di una via d'uscita (che non hanno trovato). I maligni hanno pensato alla cosa più semplice e logica: bolletta non pagata, uguale linea tagliata. «L'amministrazione avrà dimenticato di pagare, ed eccomi qui, bloccato». Perché tutti gli utenti rimasti con un palmo di naso e un cellulare mezzo morto in mano non erano privati, bensì dipendenti di aziende. E chi è stato sorpreso dall'improvviso black out fuori azienda, non ha potuto che mettersi in caccia di una veloce alternativa, con la paura di perdere un c liente, mancare ad un appuntamento importante, saltare il previsto rendez vous con la sede centrale. A mezzogiorno era tutto finito. Ma quel milione di abbonati ieri ha verificato con mano quanto il cellulare sia ormai indispensabile alla loro vita lavorativa, e quanta paura faccia restarne senza, anche solo per due ore. Manager, agenti di borsa, giornalisti, pierre e uffici stampa, dirigenti ai vertici di aziende importanti e tecnici mandati in sopralluogo in zone isolate. Tutti appiedati. Le prime notizie rassicuranti arrivano dalla Tim a metà mattinata: «Si tratta di un problema di software, peraltro già risolto. Ora si tratta solo di far ripartire tutti i computer collegati alle centrali mobili. Tempo un'ora, e tutto tornerà nella norma». Tranquilli? Ma nemmeno per sogno: il popolo dei telefonini aziendali ricorda ancora benissimo l'ansia da millennium bug (e un triste capodanno in ditta, «perché non si sa mai»). Così qualcuno ha anche pensato ad un effetto ritardato del famigerato «baco», che si presenta con 18 giorni di ritardo ma ti manda in tilt una mattinata di lavoro. Il «baco» informatico però non c'entra. Primo pomeriggio, nuova e approfondita spiegazione della TIM: «Stiamo facendo dei lavori di ampliamento delle reti aziendali flessibili, quelle che vengono definite RIF. Ma ormai è stata ripristinata la funzionalità completa, regione dopo regione». Vero. Dal Sud al Nord, tutti hanno potuto verificare che le cose erano tornate al loro posto: il cellulare ubbidiva ad ogni richiesta e, insomma, era tornato amico. «Sì, ma io intanto ho perso chissà quanti messaggi», si lamenta in serata il pierre di una società di calcio di serie A. Un manager racconta di aver ascoltato la segreteria telefonica «grazie al numero che di solito compongo quando mi trovo all'estero. In più, ho perso la mattina a imparare come si spediscono i messaggi SMS, gli unici ancora funzionanti». Nessun problema a riceverli, invece. E tra questi c'era quel lo di scuse «per il disguido temporaneo» inviato dalla Tim a quasi tutti i clienti vittime di quello che «per favore, non definite "problema", ma "rallentamento"». Lavori in corso, insomma, sulla rete che ci permette di lavorare. «E' la rete che si assume la maggior parte del carico tecnologico», dice la Tim. Rassicurando tutti che il telefonino «è solo il secondo vettore». Ma questo pochi lo sanno, ignorando la ormai storica penuria di frequenze, e la frenetica ricerca di nuovi siti per installare le antenne. E che il futuro si chiamerà UMTS, e che anche allora, quando arriveranno le sospirate nuove frequenze, nessuno potrà garantirci che il nostro cellulare non andrà mai in tilt.

(La Stampa)