La Siemens non «soccorrerà» Mannesmann



Inviato a MONACO DI BAVIERA
«Non saremo un cavalier bianco di Mannesmann. Siamo produttore di reti e non gestori, e se entrassimo in Mannesmann assumeremmo un ruolo che non piacerebbe ai nostri clienti». Sull’Opa lancita dell’inglese Vodafone sul gruppo guidato da Klaus Esser, il presidente di Siemens, Heinrich von Pierer non ha esitazioni. Non può dare una mano al collega aggredito. Ma non basta. Sotto sotto egli appare in sintonia con il presidente di Allianz, Henning Shulte Noelle, che ha criticato l’intervento del cancelliere Schroeder a favore di Mannesmann, e con il commissario Cee Mario Monti che fa risalire anche a questo intervento la nuova debolezza dell’euro. E difatti precisa: «A prescindere da come finirà la vicenda Vodafone-Mannesmann, il mio pensiero è che non possiamo giocare in serie A con regole diverse da quelle applicate nei campionati mondiali».
Tuttavia, alla domanda se anche Siemens non potrebbe essere oggetto di «scalate ostili», e come potrebbe difendersi, Pierer spiega che due cose «proteggono» oggi la Siemens: la forte base occupazionale in Germania (quasi 200 mila dipendenti) «che non è attraente» e la «nosta alta valutazione di Borsa, pari a 120 miliardi di marchi». Aggiunge Pierer che queste scalate ormai si decidono sulla scena mondiale dove «i criteri sono diversi da quelli del capitalismo renano.
A scanso di equivoci, nella conferenza annuale sui risultati di Siemens Pierer esordisce con i successi di Borsa. Il titolo del gruppo tedesco percepito per anni come «azione rifugio per vedove e orfani», dall’1 ottobre dell’98 al 30 novembre scorso è salito del 147%, diventando una delle azioni più corteggiate della Borsa. Un successo che, come sottolinea il presidente, corrisponde ad un programma di ristrutturazione annununciato in maggio e in parte già realizzato, con una crescita del 14% degli ordini a 136 miliardi di marchi e del fattuato a 134 miliardi, un utile netto lievitato del 37% a 3,6 miliardi di marchi, un cash flow triplicato a oltre 11 miliardi di marchi. Che ha visto due importanti acquisizioni: la fusione con la divsione energia dell’americana Westinghouse, l’ulteriore espasione in Asia (50 joint-venture solo in Cina) e la joint venture nei pc con la giapponese Fujits, i disinvestimenti (tra cui quelli nei cavi per energia ceduti a Pirelli) soprattutto nella componentistica.
Un trend che l’anno in corso conferma prevedendo per il 2000 una crescita ulteriore. Per quanto riguarda l’Italia (5000 miliardi di fatturato, 8000 dipendenti che saliranno a 8000 e 14.000 con il consolidamento delle attività Italtel) essa resta il quarto paese estero per il gruppo e importante per il contributo agli utili.

Valeria Sacchi

(La Stampa)